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Il 30 aprile 1993 Monica Seles accoltellata sul campo da tennis dal tifoso ossessionato da Steffi Graf Attualità 

Il 30 aprile 1993 Monica Seles accoltellata sul campo da tennis dal tifoso ossessionato da Steffi Graf

Accadde oggi: era il 30 aprile 1993, 28 anni fa. Al torneo di Amburgo, durante la gara dei quarti di finale contro Magdalena Maleeva, la numero uno al mondo Monica Seles viene aggredita e ferita con una coltellata da Günther Parche, tifoso ossessionato da Steffi Graf che voleva con il gesto restituire il primato nel ranking mondiale alla tennista tedesca. La ferita non è particolarmente profonda, meno di due centimetri, ma provoca uno shock psicologico alla campionessa che per due anni si tiene lontana dai campi da gioco.

 

In pochi giorni si era scoperto che l’operaio tedesco – da impazzito tifoso di Steffi Graf – con il suo gesto intendeva avvantaggiare la connazionale. Nell’ottobre successivo fu riconosciuto mentalmente instabile e condannato a (soli) sue anni di libertà vigilata e all’obbligo di cure psichiatriche. Colpito da ictus, negli anni avrebbe poi intrapreso un lungo pellegrinaggio fra varie case di cura.

Guarita in poche settimane (nel corpo), non giocò per più di due anni, cadde in depressione, divenne bulimica e cittadina Usa. Ingrassò 30 chili. E tornò a giocare da professionista. Due anni dopo (1995) vinse l’Atp del Canada e nel gennaio 1996 l’ultimo Grand Slam (Australian Open). Smise nel 2003, ritirandosi ufficialmente nel 2008. Non fu mai più numero 1 al mondo. Dalla sua autobiografia («Ho ripreso il controllo. Del mio corpo, della mia mente, di me stessa»; 2010): «…Il mio mondo si sgretolò improvvisamente….Ricordo che ero seduta, mi stavo asciugando il sudore con un asciugamano e poi mi sono sporta in avanti per bere un po’ d’acqua; la pausa era quasi terminata e avevo la bocca secca. Non appena mi porto il bicchiere alle labbra sento un tremendo dolore alla schiena. Mi volto di scatto e vedo un uomo con un cappellino da baseball, che mi guarda sogghignando. Le sue braccia erano sollevate sulla testa e teneva tra le mani un lungo coltello. Stava per affondarlo di nuovo verso di me».

Günter Parche aveva raggiunto il suo scopo: «Non l’ ho colpita con tutta le mia forza – aveva ammesso -, non volevo ucciderla, ma solo ferirla. Non sarebbe mai più stata in classifica davanti alla mia Steffi»

 

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