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Salerno, la madre di Matteo Petti: aiutatemi a trovare la verità Attualità zonarcs 

Salerno, la madre di Matteo Petti: aiutatemi a trovare la verità



Anna Frallicciardi, madre di Matteo Petti, il 16enne morto lo scorso 19 giugno scorso, dopo il grave incidente avvenuto nei pressi della stazione ferroviaria di Salerno, mentre viaggiava come passeggero su uno scooter guidato da un ventunenne ha rotto il silenzio.

Lo ha fatto attraverso un’intervista a “Il Mattino” nella quale chiede che emerga la verità su quanto accaduto al figlio. «All’inizio – ha detto – non sapevo nulla. Sono andata dal ragazzo che guidava lo scooter in ospedale per rincuorarlo. Poi, parlando con il mio avvocato, ho saputo quello che sarebbe successo dopo la caduta di Matteo.

Mi è stato riferito che l’altro scooter non sarebbe riuscito a fermarsi e gli sarebbe passato sopra. Quello che chiedo non è vendetta. Voglio soltanto la verità. Ai ragazzi ho detto di raccontare tutto, per la loro coscienza, perché le telecamere sono ovunque».

La dinamica è ancora al vaglio degli investigatori. «.Quella sera Matteo era uscito a piedi. Poi questo ragazzo, che conosceva da pochissimo, gli ha proposto un giro. C’era anche un altro ragazzo, non li frequentava abitualmente. Il casco lo aveva».

Da quel maledetto giorno sono state dette tante cose: anche sui funerali. Si è parlato perfino di lei e del suo modo di affrontare il dolore. «Chi mi ha giudicato non sa cosa significa perdere un figlio. Hanno detto che ballavo. Ma io stavo urlando dal dolore. Urla che uscivano da un cuore spezzato. Ognuno reagisce come sente. Volevo ricordarlo felice, perché pensavo: se io sto male anche lui sta male».

Il giorno dell’ultimo saluto ha scelto di arrivare in sella alla moto di Matteo. Poco prima di raggiungere la chiesa ha accelerato forte. «L’ho fatto perché lui arrivava così. Volevo sentirlo ancora vicino».

Quel funerale, il corteo di moto, i fumogeni, i palloncini e le magliette con il volto di Matteo, qualcuno lo ha criticato. Lei, invece, ne conserva un ricordo pieno d’amore. «È stata un’idea di mio cognato e dei ragazzi. Non lo hanno mai lasciato solo. Abbiamo dormito quattro giorni vicino a lui mentre era nella cella frigorifera.

Se lo sono pianto davvero. Certo, senza casco hanno sbagliato. Ma guardiamo all’amore che gli hanno dimostrato»

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