MIO FIGLIO MINORE SI RIFIUTA DI VEDERMI, MA È LA MADRE CHE LO CONDIZIONA: COSA POSSO FARE?
La Cassazione conferma la linea dura contro il genitore manipolatore: come ci spiega il commento dell’avvocato Simone Labonia.
Nelle separazioni più conflittuali, uno dei rischi maggiori è che i figli diventino strumenti della contesa tra gli ex coniugi. Proprio per contrastare questo fenomeno, la Corte di Cassazione ha recentemente ribadito un orientamento particolarmente severo nei confronti del genitore che ostacola il rapporto tra il minore e l’altro genitore, inducendo nei figli sentimenti di rifiuto, ostilità o disprezzo.
La Suprema Corte ha affermato che il genitore che condiziona i figli contro l’ex partner può arrivare a perdere sia l’affidamento sia il collocamento prevalente del minore quando venga accertata una sistematica attività di ostacolo alla relazione con l’altro genitore.
Il principio alla base della decisione è quello della bigenitorialità, riconosciuto dall’ordinamento come diritto fondamentale del minore. Dopo la separazione, infatti, i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, salvo situazioni di effettivo pregiudizio. Nessuno dei due può appropriarsi del ruolo genitoriale escludendo l’altro dalla vita del figlio.
La Cassazione ha chiarito che il semplice rifiuto manifestato dal minore nei confronti di un genitore non può essere accettato in modo acritico dal giudice. Occorre verificare se tale atteggiamento sia spontaneo oppure il risultato di pressioni psicologiche, denigrazioni continue, interferenze educative o comportamenti finalizzati a compromettere il legame affettivo con l’altro genitore.
In questi casi il giudice può adottare misure incisive: modificare i tempi di frequentazione, disporre percorsi di sostegno psicologico, trasferire il collocamento del minore all’altro genitore e, nei casi più gravi, limitare o revocare l’esercizio della responsabilità genitoriale del soggetto responsabile della manipolazione.
La giurisprudenza più recente evita di fondare le decisioni sulla controversa nozione di “sindrome da alienazione parentale”, il cui riconoscimento scientifico è stato più volte contestato. Ciò che assume rilevanza, invece, è l’accertamento concreto dei comportamenti ostativi e del danno arrecato al minore attraverso la compromissione del rapporto con l’altro genitore.
Il messaggio che arriva dalla Suprema Corte è chiaro: la separazione pone fine al rapporto tra i coniugi, ma non al ruolo genitoriale. Chi utilizza i figli come arma di rivalsa personale viola il diritto dei minori a crescere con entrambe le figure genitoriali e rischia conseguenze molto pesanti sul piano dell’affidamento. L’interesse del minore rimane il criterio guida di ogni decisione e prevale sempre sui conflitti e sui rancori degli adulti.





