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FOCUS. Incidenti sui luoghi di lavoro? Promuovere la cultura della sicurezza Attualità Lifestyle 

FOCUS. Incidenti sui luoghi di lavoro? Promuovere la cultura della sicurezza

Non c’è stato nulla da fare per Matteo Leone, il 34enne che ha perso la vita al porto di Salerno. È rimasto schiacciato da un muletto durante un’operazione di lavoro, proprio mentre l’aula del Senato osservava un minuto di silenzio per ricordare Luana D’Orazio, l’operaia tessile di 22 anni rimasta schiacciata in un macchinario nell’azienda di Prato dove lavorava, lasciando la sua famiglia e il figlio di 5 anni. Le denunce di infortunio con esito mortale continuano ad aumentare. Il tema è molto complesso e attiene in larga misura alla cultura della prevenzione e della formazione, così come al Covid, che ha avuto un impatto molto forte, come spiega l’Inail sulle morti bianche del 2020, soprattutto in ambito sanitario. Comunque, limitandomi ai dati, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nei primi tre mesi del 2021 sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 denunce registrate nel primo trimestre del 2020 (+11,4%), effetto degli incrementi osservati in tutti i mesi del 2021 rispetto a quelli del 2020. L’Inail ha quindi registrato oltre 2 morti al giorno sul lavoro nei primi tre mesi dell’anno.
Se prendiamo l’intero 2020, gli infortuni con esito mortale sono stati 1.270, il 16,6% in più dell’anno precedente. Se dividiamo 1.270 per 365 otteniamo 3,47. L’anno scorso nei cantieri, nelle fabbriche, ma soprattutto in ambito sanitario sono morte tra le 3 e le 4 persone ogni giorno. Il dato 2020 evidenzia un aumento di 181 casi rispetto ai 1.089 registrati nel 2019 (+16,6%) e, come spiega l’Inail, l’incremento è influenzato soprattutto dai decessi avvenuti e protocollati al 31 dicembre 2020 a causa dell’infezione da Covid-19 in ambito lavorativo, che, nel 2020, hanno rappresentato circa un terzo dei decessi denunciati all’Inail da inizio anno. Siamo comunque molto lontani dai dati di un decennio fa, quando i morti erano arrivati sotto quota mille. Tornando ai dati Inail del primo trimestre di quest’anno si osserva un decremento solo dei casi in itinere, passati da 52 a 31. Quelli avvenuti in occasione di lavoro sono stati 40 in più (da 114 a 154). L’aumento ha riguardato tutte e tre le gestioni assicurative dell’industria e servizi (da 146 a 158 denunce), dell’agricoltura (da 11 a 16) e del conto Stato (da 9 a 11).

Dall’analisi territoriale emerge una diminuzione delle denunce soltanto nel Nord-Ovest (-13,5%), al contrario delle Isole (+8,4%), del Sud (+7,1%), del Centro (+6,5%) e del Nord-Est (+6,3%). Tra le Regioni, i maggiori decrementi percentuali sono quelli di Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Trento, Piemonte e Lombardia, mentre gli incrementi percentuali più consistenti sono stati rilevati in Molise, Basilicata e Campania. Per quanto riguarda la regione Campania il numero maggiore di incidenti si è verificato a Napoli, dove si registrano per il 2020 12.940 casi; seguono Salerno con 7.217 infortuni, Caserta (4.166), Avellino (2.756) e Benevento (1.850). La stessa ripartizione vale anche per i casi mortali. A guidare la classifica dei morti sul lavoro è infatti il capoluogo campano con 21 casi, seguono la provincia salernitana con 19 decessi, Caserta con 10, Avellino (7) e Benevento (4). Allargando il focus agli infortuni, nel primo trimestre 2021, rispetto al primo trimestre 2020, calano dell’1,7% le denunce di infortunio sul lavoro nel complesso: tra queste, però, aumentano solo quelle avvenute in occasione di lavoro e senza mezzo di trasporto. Le limitazioni agli spostamenti e l’utilizzo intensivo dello smart working (entrambi aspetti che hanno interessato tutto il primo trimestre 2021, mentre solo in parte il primo trimestre 2020), ha fatto calare il rischio legato ai trasporti.

Fatto sta che sia gli infortuni (più o meno gravi) che i decessi sui luoghi di lavoro si verificano quotidianamente rappresentando una vera e propria piaga della società. Si tratta di un fenomeno complesso che non si può spiegare attribuendo semplicisticamente la responsabilità alla politica o alle imprese, in generale. Va contestualizzato, sviscerato e analizzato da vari punti di vista perché un luogo di lavoro è un luogo fisico, ma è anche attrezzature e impianti, è regole, è CULTURA. Su quest’ultimo aspetto mi soffermerò nel corso della breve relazione perché durante alcune interviste realizzate a rappresentanti sindacali e operai è stato un elemento più volte citato e portato in evidenza. Ma vado per ordine…L’incidente avvenuto il 25 maggio scorso al Porto di Salerno ha scatenato polemiche e risvegliati atavici dissapori tra gli operai e le maestranze. Tutte le associazioni di categoria e i sindacati da Uil, Filca Cisl, Filt Cgil Campania si sono mobilitate e hanno manifestato rabbia e dissenso attraverso cortei pubblici, striscioni e varie forme di protesta pacifica.

«Abbiamo il dovere – ha osservato il segretario FILT-CGIL Salerno, Gerardo Arpino – di arrestare quest’ecatombe. Dunque va perseguita strenuamente la sicurezza e posta al centro di ogni attività. E’ inaccettabile che un giovane possa morire mentre compie il proprio dovere, perché lavoro non deve significare morte. In questa realtà, investire in sicurezza e valorizzare le risorse umane, significa sviluppare partecipazione, senso di appartenenza e più in generale lavoro sicuro, in tutti sensi.
L’intento è di sensibilizzare i lavoratori, attori principali del ciclo delle operazioni portuali, in maniera coerente ed efficace sia in relazione agli obblighi loro aspettanti ai sensi dell’art.20 del D. Lgs n.81 del 2008, sia in relazione ad un sistema partecipato in cui i lavoratori siano consapevoli delle loro delle loro tutele. L’esito degli infortuni sul lavoro dipende non solo dall’entità del danno, ma anche dalla prontezza ed efficacia dei primi soccorsi “specializzati” che possono fare la differenza tra la vita e la morte, tra recupero rapido e prolungato, tra disabilità temporanea o permanente.
Ritengo perciò opportuno e necessario, in un ambiente come il Porto di Salerno, provvedere a sensibilizzare con Corsi di Formazione da parte dell’Adsp del Mar Tirreno Centrale e da tutte le maestranze portuali; di aumentare il numero di ispettori alla sicurezza (solo n.2 per 500 unità); e di inserire un “medico competente e professionale” in ogni ambulanza presente nello stesso, per avviare azioni che possono aiutare a salvare la vita di tutti i lavoratori portuali. La sicurezza deve essere la bussola direzionale non solo del Porto di Salerno ma di qualsiasi contesto lavorativo».

Il porto di Salerno è già stato scenario di altri gravi incidenti sul lavoro, oltre a quello che aveva visto coinvolto il padre di Matteo Leone, Emilio, nel 2012. Più recentemente, invece, ci sono stati altri due episodi, in entrambi i casi, purtroppo, mortali. Nel novembre del 2016 Lino Trezza, all’età di 34 anni, rimase schiacciato da due container mentre si trovava all’interno del muletto sul quale stava lavorando. Esperto operaio portuale, era a bordo del suo mezzo per trasportare da un ponte all’altro due container pieni di marmo su una rampa bordo nave. Trezza, alla guida di un trattore portuale a cui era agganciato un semirimorchio con un carico di 64 tonnellate, salì sulla motonave per dirigersi verso il ponte sottostante dove scaricare la merce e alla fine della discesa impattò con il paraurti contro un container sul quale ne era poggiato un altro. Quest’ultimo, a causa dell’urto, fece accartocciare la cabina del trattore e le lamiere causarono la morte di Lino. Nel 2019 sette persone sono state rinviate a giudizio per quell’incidente.

«Questo stillicidio non è degno di un Paese civile – sottolinea Antonello Guerrazzi seg. UIL Sicurezza e Trasporti Campania – Prevenzione e formazione devono diventare una strategia e una scelta politica, con più risorse per mettere in sicurezza i processi produttivi e con più ispettori, più controlli e un coordinamento degli interventi». Guerrazzi dice che «dobbiamo riportare l’attenzione nei cantieri aperti, nelle fabbriche e in ogni luogo di lavoro e parlare di prevenzione degli infortuni. Vorrei solo invitare la parte politica e gli organi decisionali a fare una valutazione puntuale sulle attività da portare avanti al Porto di Salerno perché ci sono alcuni settori, come il trailer, che non arrecano nessun tipo di vantaggio al Porto tantomeno alla Città ma che vivono Salerno solo come una zona di passaggio e il nostro Porto come un parcheggio temporaneo». A questo proposito il sindacalista suggerisce che «le risorse per l’innovazione che vengono date alle aziende anche attraverso il PNRR devono essere vincolate all’adozione di misure sulla sicurezza attraverso le tecnologie 4.0 più avanzate e ad una corretta organizzazione del lavoro. Anche al Porto di Salerno abbiamo acquistato dei muletti di nuovissima generazione con telecamere e sensori speciali ma questo non esime il lavoratore dalla vigilanza per quello che sta facendo. Il rischio c’è sempre e la tecnologia è un supporto non una sostituzione del lavoro umano. Detto questo tengo a chiarire che qui non si tratta di puntare il dito contro nessuno, né datori di lavoro, né Governo, né imprenditori perché qualsiasi ambiente di lavoro, e non solo il porto, comporta dei rischi e quello che conta è l’atteggiamento attento e vigile mentre si lavora».
Allargando l’obiettivo di analisi e prendendo in esame le interviste rilasciate da alcuni operai del Porto di Salerno si denota l’importanza di alcuni fattori che compromettono l’operato degli operai stessi. I soggetti mettono in luce la poca rispondenza alle specifiche realtà lavorative della Legge sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro perché gli stessi Dispositivi di Sicurezza previsti spesso non sono adeguati né sufficienti alle mansioni che si svolgono; inoltre hanno una forte incidenza i caratteri di ripetibilità delle operazioni che provocano poca attenzione nelle manovre di lavoro e, in ultimo, la fiducia nei confronti dei colleghi. In contesti aziendali complessi come un porto commerciale dove il rischio lavorativo è molto alto, le misure di prevenzione e formazione sembrano essere le uniche sufficienti.

La scarsa cultura e informazione sulla sicurezza e la frammentazione nel contesto lavorativo, sono le principali cause degli incidenti sul luogo di lavoro. Secondo dei dati statistici Inail, il lavoro “nero” è aumentato e le nuove generazioni hanno sempre più difficoltà nel trovare una occupazione nel mondo del lavoro, anche se i dati indicano che l’attività sommersa (lavoro nero) è in calo. Le conseguenze di questa situazione paludosa è che la maggior parte della forza lavoro viene risucchiata. Quindi da quanto detto, si può dedurre che il lavoro sommerso coinvolga non solo gli imprenditori ma anche una fascia significativa dei lavoratori. Una delle soluzioni a questo problema sarebbe quindi prosciugare l’economia in contanti, aumentare la deducibilità fiscale di alcune spese per la famiglia, controlli più duri e soprattutto promuovere delle politiche pubbliche. Anche se da un lato vi sono nuove tecnologie e miglioramenti dei modelli organizzativi che insieme rendono più sicuro il lavoro, dall’altro lato vi è il problema dell’aumento della frammentazione nel lavoro. Infatti, il lavoro molto più diffuso, meno concentrato, sia dal punto di vista del suo luogo fisico, sia in chiave di rapporto di lavoro, rende innanzitutto molto più difficile controllare le condizioni di sicurezza e garantire che esse siano implementate. Inoltre questo fenomeno rende anche più difficile istruire e formare il lavoratore sui comportamenti che lo aiuterebbero ad evitare situazioni di pericolo. Occorrono maggiori controlli sui luoghi di lavoro, una normativa “ri-adattata” ai tempi del mondo del precariato e maggiore responsabilità di lavoratori e imprenditori. Pertanto anche un aggiornamento preventivo dei modelli organizzativi conformi al TU 81 del 2008 (così come sottolineato anche dagli operai intervistati­­), magari attraverso la previsione di presidi che vadano oltre guanti e mascherine, non basterebbe a mettere al riparo il lavoratore da rischi e l’imprenditore da responsabilità penali ai sensi del D.lgs. 231 del 2001. Ancora una volta si continua ad intervenire senza una visione di sistema, bensì attraverso norme di cui non si ponderano gli effetti.

 

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