Atrani ricorda l’alluvione del 2010 e Francesca: sedici anni dopo resta l’allarme per il rischio
Sedici anni dopo, il ricordo dell’alluvione che il 9 settembre 2010 devastò Atrani resta vivo nella memoria della comunità. Quel pomeriggio, piogge eccezionali trasformarono il torrente Dragone in una massa di acqua, fango e detriti che si riversò nel cuore del piccolo borgo della Costiera Amalfitana.
L’ondata travolse strade, auto e attività commerciali. In quella furia scomparve Francesca Mansi, 25 anni, che lavorava come cameriera in un bar della piazza. Le ricerche proseguirono per settimane, fino al ritrovamento del corpo, il 2 ottobre, al largo di Panarea, nelle Isole Eolie.
Pochi giorni dopo la tragedia, Atrani dovette fare i conti con un’altra vittima: Francesco Corvino, anziano del paese, morto dopo essere stato travolto dalla violenza delle acque.
A sedici anni di distanza restano le immagini di quelle ore, le testimonianze e il ricordo delle vittime. Ma resta anche la consapevolezza della fragilità di un territorio già più volte colpito da frane, alluvioni e colate di fango.
La tragedia di Atrani ha contribuito a rafforzare l’attenzione sulla prevenzione e sulla necessità di monitorare un territorio caratterizzato da versanti ripidi, valloni e corsi d’acqua che attraversano centri abitati stretti tra la montagna e il mare.
Il ricordo, però, non può limitarsi alla commemorazione. La vicenda di Francesca Mansi e Francesco Corvino continua a interrogare le istituzioni e le comunità sulla necessità di investire nella prevenzione del rischio idrogeologico, nella manutenzione e nel monitoraggio del territorio.
In una terra dalla straordinaria bellezza ma particolarmente fragile, la prevenzione resta una responsabilità quotidiana. Conoscere i rischi, controllare i versanti e i corsi d’acqua, programmare gli interventi e mantenere alta l’attenzione sono strumenti indispensabili per ridurre, per quanto possibile, le conseguenze degli eventi estremi.
Il 9 settembre 2010, per Atrani e per la Costiera Amalfitana, non è dunque soltanto una data da ricordare. È una ferita ancora presente e, insieme, un monito: la fragilità del territorio non può essere ignorata.





