STORIE DI REMO, VOLO SALERNO ROMA AVANA SOLO ANDATA
Undicesima puntata
L’aereo 767 della “Blu Panorama “sembrava fermo , mentre era in quota a 35000 piedi diretto all’Avana.
In realtà viaggiava a circa 900 km/h quando dall’altoparlante della cabina di pilotaggio il comandante annunciava che sarebbe atterrato dopo un’ora circa all’aeroporto Jose’Martin.
Il mio sguardo incrocio’ quello di Andrea che da nove ore mi stava raccontando la storia del suo amico tragicamente scomparso.
Siamo quasi alla fine di questo racconto, con Ernesto che inebriato d’amore per Delia viveva
Il periodo più bello della sua vita. Stava arrivando sull’isola la stagione fredda.

Questo per modo di dire ,perché
al “Caribe “ essa non arriva ,si insinua.
Non è inverno, ma solo un abbassamento di voce.
Da novembre a febbraio l’aria perde la sua spessa umidità estiva e diventa di vetro.
È cristallina ,azzurro trasparente , sorprendente per la sua purezza.
Poi improvvisamente calano i venti dal Nord;
scivolano giù carezzando il continente e fanno abbassare la temperatura fino a 15 gradi .Per noi sarebbe primavera , ma per i cubani è la stagione fredda.
Gli uomini lungo il Malecon indossano goffamente i giacconi ,mentre le donne spariscono alla vista in enormi maglioni sintetici.
Tutti a lamentarsi :“Que’frio hace hoy! ”.
Da noi al massimo si gira per strada con le camicie di cotone.Eppure a l’Avana questa è la stagione più bella.
La luce è obliqua,come nei dipinti rinascimentali e allunga le ombre delle facciate scrostate del “Centro HABANA”.
L’odore tipico della città che sa di fritto ,di mare ,di gasolina , non ristagna più,vaga per le strade.
La sera arriva presto ,alle 6 e’ già notte e nel patio si sta fuori seduti a parlare . Finalmente senza zanzare,insieme ad una “traco de ron sin jelo”, perché non serve più a rinfrescare la gola ma a riscaldarla.
Era qualche giorno che Delia si mostrava insolitamente ombrosa; rideva poco.

Lei che aveva sempre il sorriso sulle belle labbra rosa , appariva triste.
Ad Ernesto disse che aveva le “sue cose” ma questo malessere continuò per troppi giorni , poi seguito’per settimane.
Si attardava nella cucina dell’hotel ,prima di uscire dal lavoro ,dando ogni volta la colpa al collega del turno successivo ,sempre in ritardo.
Ernesto era preoccupato ,ma non le faceva mancare il suo affetto riempiendola di carezze fino a che lei si addormentava sulla sua spalla come la prima volta , ma senza fare all’amore.
Qualcosa non andava e lui aveva paura di indagare ,come avendo un triste presagio.
Mentre dormiva la vegliava senza parlare.
Fu lei una sera a farlo,mentre era poggiata con la testa sulla sua spalla , senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi.
Per il giovane fu terribile ascoltare quello che non avrebbe mai voluto sentire.
Da alcune settimane era arrivato alle cucine del “National”un giovane proveniente da Olguin.
Era un bianco come tutti coloro di quella provincia .
Di una simpatia unica,aveva un sorriso magnetico dal fascino irresistibile.
Affidato come vicecuoco agli insegnamenti di Delia ,erano entrambi divenuti inseparabili.Lei con Ernesto non parlava mai di lavoro e quindi l’arrivo dell’olguinero rimase nell’ombra.
La ragazza fin dall’inizio
si era sentita attratta dal nuovo arrivato fino ad innamorarsene.Un colpo di fulmine, scoccato nella sua vita e nel suo cuore all’improvviso.

Ernesto ascolto’tutto senza fiatare rimanendo per qualche minuto interdetto,poi inspiegabilmente giratosi dall’altro lato si addormentò,come liberato da un peso che lo opprimeva ormai da settimane.
L’indomani tra loro era calato un severo silenzio; non ci furono spiegazioni né richieste da lui,né fornite da lei.
Come tutti i giorni il giovane inforcò il motorino aspettando che lei montasse
“atras”,poi percorrendo il Malecon diresse verso l’Hotel National.
Quando lei scese Ernesto la segui’ con lo sguardo mentre con il suo zainetto sulle spalle spariva oltre la porta a vetri dell’hotel.
Non l’avrebbe mai più rivista.
Torno’ a casa e scrisse qualcosa su un foglio ,poi raccolse le sue cose e le mise in un piccolo trolley arancione che a lei piaceva molto.
Torno ‘all’Hotel National e pregò’ il portiere di consegnarle quel “maletin “a fine turno.
Su quel foglio aveva scritto così:
“Mi amor! Mi vida!
Non so spiegarti quello che ho dentro.
E’come se un vuoto mi avesse riempito “este tonto coracon “ ancora innamorato.
Questo mi aiuta a non morire.
Soffro tanto , ma sento ancora di amarti perché non hai colpe.
Al cuor non si comanda.
Buona vita ,amore mio!”

Camily bosch





