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Accadde oggi: il 20 marzo del 1986 il banchiere Michele Sindona avvelenato in carcere a Voghera Attualità 

Accadde oggi: il 20 marzo del 1986 il banchiere Michele Sindona avvelenato in carcere a Voghera

Michele Sindona muore il 22 marzo 1986,dopo 56 ore di agonia. Due giorni prima, il 20 marzo di 34 anni fa, alle 8.30 del mattino, nel supercarcere di Voghera, come tutte le mattine, aveva bevuto un caffè nella chiuso della sua cella e pochi istanti dopo era stramazzato sulla sua branda, gridando: “Mi hanno avvelenato, mi hanno avvelenato”. Nella tazzina di carta che conteneva il caffè i periti troveranno tracce di cianuro, un veleno dalle caratteristiche asfissianti perché blocca l’afflusso di ossigeno al cervello.
Suicidio od omicidio?
Il 23 luglio 1987 la magistratura di Pavia archivierà la morte di Sindona, sposando la prima tesi: uccidendosi, colui che era stato il banchiere italiano più potente del mondo – “il salvatore della Lira”, secondo una definizione di Giulio Andreotti – aveva attuato una sorta di messinscena, quasi una vendetta postuma contro coloro che, dopo averne avuto ampi favori, lo avevano abbandonato al suo destino giudiziario: una condanna a 25 anni da scontare negli Stati uniti per bancarotta, ma soprattutto un ergastolo per l’assassinio del curatore fallimentare di una sua banca, Giorgio Ambrosoli. Quest’ultima condanna gli era stata comminata in primo grado due giorni prima , il 18 marzo, dalla corte di Assise di Milano.
Per tutelare la sua incolumità, dal 25 settembre 1984 Michele Sindona era stato rinchiuso nel penitenziario di Voghera, un carcere femminile di massima sicurezza che oltre a lui ospitava 24 terroriste rosse.
Nella sua cella il detenuto viveva in assoluto isolamento, guardato a vista – giorno e notte – da 15 secondini, nessuno dei quali – secondo il rigido regolamento del penitenziario – poteva sapere se sarebbe stato destinato a fare la guardia a Sindona fino al momento di prendere servizio. La consegna dei pasti (colazione compresa) avveniva seguendo un rituale complesso, destinato a garantire che solo poche persone, tutte identificabili, maneggiassero le vivande le quali arrivavano nella cella di Sindona in contenitori di acciaio, chiusi da un lucchetto.
Eppure la mattina del 20 marzo 1986 Sindona muore avvelenato, sorseggiando un caffè. Com’è arrivato il cianuro nella cella di quel detenuto eccellente? Chi lo ha messo nel suo caffè?
Dubbi e misteri che ancora oggi sono rimasti tali.

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