FORSE HO ESAGERATO IN UNA RECENSIONE NEGATIVA AD UN RISTORANTE: COSA RISCHIO?
Risponde l’avvocato Simone Labonia, suggerendo attenzione in situazioni simili.
Una cena deludente può trasformarsi in una recensione velenosa, capace di compromettere la reputazione di un ristoratore.
Ma fino a che punto il cliente può spingersi nell’esprimere il proprio dissenso?
Il confine tra libertà di critica e responsabilità penale dipende dal contenuto delle parole, dalla loro pertinenza e dal contesto in cui vengono pubblicate.
Il riferimento normativo è l’articolo 595 del Codice penale, che punisce la diffamazione quando, comunicando con più persone, si offende la reputazione altrui. Una recensione pubblicata su Google, sui social network o su una piattaforma dedicata alla ristorazione può integrare il reato, anche in forma aggravata, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge.
Ciò non significa, tuttavia, che ogni giudizio negativo sia illecito. Il cliente ha diritto di raccontare la propria esperienza, contestare la qualità delle pietanze, lamentare un servizio scadente o giudicare eccessivo il conto. Anche espressioni dure, sarcastiche o polemiche possono essere legittime, purché restino funzionali alla critica e non si trasformino in un’aggressione personale gratuita.
La giurisprudenza della Cassazione ha più volte chiarito che il diritto di critica, incontra limiti precisi: pertinenza, continenza espressiva e, quando vengono riferiti fatti, una base fattuale veritiera. La critica non impone un linguaggio necessariamente elegante, ma esclude espressioni inutilmente umilianti e gravemente infamanti, prive di un collegamento ragionevole con il servizio contestato.
In questa prospettiva, i termini anche oggettivamente offensivi devono essere valutati nel contesto complessivo e in relazione alla finalità critica.
La critica non può giustificare false attribuzioni di condotte scorrette o infamanti né sconfinare nell’attacco personale gratuito.
Definire un piatto «immangiabile» o il servizio «pessimo» esprime normalmente un giudizio soggettivo. Accusare invece il ristoratore di truffare sistematicamente i clienti, servire alimenti avariati o commettere reati, senza adeguati riscontri, può assumere una diversa gravità, soprattutto quando l’affermazione è idonea a danneggiarne la reputazione professionale.
La valutazione resta sempre concreta: contano le parole utilizzate, i fatti descritti, il tono complessivo e la loro capacità lesiva. Una recensione non diventa reato soltanto perché sgradita al titolare, ma la libertà di espressione non autorizza a trasformare l’insoddisfazione in un attacco denigratorio.
La regola, dunque, è semplice: criticare liberamente, riferire fatti con responsabilità e non confondere il diritto di raccontare una cattiva esperienza con quello di screditare ingiustificatamente una persona.





