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Il 5 novembre  di 43 anni fa moriva Amedeo Nazzari, l’attore scoperto da Anna Magnani Attualità 

Il 5 novembre di 43 anni fa moriva Amedeo Nazzari, l’attore scoperto da Anna Magnani

Accadde oggi: era il 5 novembre del 1979, 43 anni fa, quando moriva a 72 anni Amedeo Nazzari, uno degli attori più apprezzati degli anni 40 e 50. Scoperto da Anna Magnani, reciterò in film importanti come “Caravaggio – il Pittore Maledetto”, divenendo un divo del cinema. Il suo carattere poco accomodante, però, gli regalerà la fama di personaggio scomodo e indocile.

Nato a Cagliari (Nome d’arte di Salvatore Amedeo Buffa) e morto a Roma, Nazzari consolidò la sua popolarità con i melodrammi di Raffaello Matarazzo. Ottenne nel 1941 la Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia per Caravaggio di Goffredo Alessandrini e nell’edizione 1946-47 il Nastro d’argento come migliore attore per Il bandito di Alberto Lattuada. Iscrittosi a Roma alla facoltà di Ingegneria, nel 1927 abbandonò gli studi e scelse la strada della recitazione, lavorando in compagnie teatrali di ottimo livello. Il debutto cinematografico avvenne con Ginevra degli Almieri (1935) di Guido Brignone, ma fu in Cavalleria (1936) di Alessandrini che, nella parte di un coraggioso pilota che cade in azione durante la Prima guerra mondiale, si distinse per le sue qualità artistiche. Poche furono per N. le prove nell’ambito della commedia, e quasi tutte circoscritte al filone dei ‘telefoni bianchi’: tra esse Assenza ingiustificata (1939) di Max Neufeld, nel ruolo di un medico alle prese con la moglie capricciosa (Alida Valli); Centomila dollari (1940) di Mario Camerini, nel quale interpreta un miliardario americano che si innamora di una telefonista; I mariti ‒ Tempesta d’amore (1941) di Camillo Mastrocinque, nella parte di un bravo e onesto avvocato sposato con un’altezzosa aristocratica; La bisbetica domata (1942) diretto da Ferdinando Maria Poggioli, riadattamento in chiave contemporanea della commedia di W. Shakespeare in cui N. interpreta il personaggio di Pietruccio; Apparizione (1943) di Jean de Limur, nella parte di sé stesso.Più numerose e felici furono le partecipazioni a film storici e in costume, con indimenticabili interpretazioni di personaggi romantici e avventurosi, caratterizzati dall’atteggiamento eroico e dallo spirito di sacrificio: l’aviatore che muore eroicamente nella guerra d’Etiopia in Luciano Serra pilota (1938) di Alessandrini; Neri Chiaramantesi, celebre per la frase “Chi non beve con me, peste lo colga!”, in La cena delle beffe (1942) di Alessandro Blasetti; l’ingegnere accusato dagli inglesi di spionaggio in Bengasi (1942) di Augusto Genina; Salvatore, minatore in una solfatara, in La bella addormentata (1942) di Luigi Chiarini; il grande artista in Caravaggio; il cosacco ribelle E.I. Pugačëv in La figlia del capitano (1947) di Camerini; un bracciante costretto a darsi al brigantaggio in Il brigante Musolino (1950) di Camerini; il bandito Michele Pezza in Donne e briganti (1950) di Mario Soldati; il capitano dell’esercito Giordani in Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi (1952) e, nello stesso anno, il giudice istruttore in Processo alla città di Zampa. Furono però soprattutto i ruoli nel genere drammatico, incentrati su personaggi fortemente caratterizzati e in preda a intense emozioni, che contribuirono a rafforzare il suo successo presso il pubblico: il fabbro accusato a torto di omicidio in Montevergine (1939) di Carlo Campogalliani; l’avvocato che va a combattere come alpino in Quelli della montagna (1943) di Aldo Vergano; l’impresario edile ingiustamente arrestato in Harlem (1943) di Carmine Gallone; il reduce costretto a diventare malvivente in Il bandito; il collaudatore di automobili tradito dalla moglie in Ultimo incontro (1951) e il ricco ingegnere innamorato di una ex prostituta in Il mondo le condanna (1953), entrambi di Gianni Franciolini. Fu anche protagonista di Il tradimento (1951) di Riccardo Freda, Pietà per chi cade (1954) di Mario Costa, Appassionatamente (1954) di Giacomo Gentilomo. N. lasciò comunque un segno indelebile nella cinematografia anche grazie alle numerose performances offerte nel campo del melodramma, che fecero di lui il massimo rappresentante italiano di questo genere cinematografico. Se da un lato i suoi personaggi leali e virtuosi gli conferirono un’immensa notorietà, dall’altro lo intrappolarono, nell’immaginario popolare, in ruoli restrittivi e limitanti. Protagonista indiscusso dei grandi feuilleton dell’epoca, in coppia con Yvonne Sanson interpretò una serie di film di forte impatto e di notevole successo diretti da Matarazzo e prodotti dalla Titanus: Catene (1949), Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), Chi è senza peccato… (1952), Torna! (1954), Angelo bianco (1955), Malinconico autunno (1958). Queste opere furono giudicate dalla critica uno sviluppo e al tempo stesso una banalizzazione di certe tematiche del Neorealismo (l’amore sofferto, la debolezza femminile, le ingiustizie sociali, la gelosia, la menzogna, il sacrificio), ma vennero molto apprezzate dal pubblico. Dalla fine degli anni Cinquanta i suoi impegni nel cinema si diradarono; in ruoli sempre più marginali, lavorò soprattutto in coproduzioni internazionali. Nel 1964, in Il gaucho di Dino Risi e Frenesia dell’estate di Luigi Zampa, delineò un ritratto inedito del suo personaggio tradizionale, mostrandone il lato ironico e scanzonato. Aveva interpretato un divo del cinema con chiara allusione a lui stesso in Le notti di Cabiria (1957) di Federico Fellini e fu se stesso in Melodrammore (1978) di Maurizio Costanzo, il suo ultimo film. Dalla metà degli anni Sessanta lavorò anche in televisione, con buoni risultati.

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