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Il 25 gennaio di 76 anni fa la morte del boss incastrato dal fisco Al Capone Attualità 

Il 25 gennaio di 76 anni fa la morte del boss incastrato dal fisco Al Capone

Accadde oggi: il 25 gennaio del 1947, 76 anni fa, moriva il criminale che insanguinò l’America nell’era del proibizionismo e fu tradito dai guai col fisco.  Il grande boss mafioso fu incastrato dalla Giustizia americana soltanto grazie alle accuse di evasione fiscale. Finito in una cella del nuovo carcere di massima sicurezza di Alcatraz , la numero 85, dopo la condanna a 11 anni di carcere e a una multa di 50 mila dollari , nell’agosto del 1934.  Al Capone morì il 25 gennaio del 1947.

C’è stato un tempo in cui la popolarità di Al Capone in America è stata pari a quella dei grandi divi di Hollywood, ma anche dopo la sua scomparsa il gangster per antonomasia ha continuato a ispirare cinema e letteratura con la sua vita rocambolesca, tanto da esser considerato ancora oggi l’emblema del crimine tout court. Leggende a parte, Alphonse Gabriel Capone, nato in America da genitori di origine italiana, è stato soprattutto il sanguinario, spietato e avido gangster che approfittò del proibizionismo e della dilagante corruzione nell’America di primo ‘900 per crearsi un impero milionario attraverso il contrabbando, il gioco d’azzardo e svariate altre attività illecite, per essere poi definitivamente inchiodato dalla giustizia per reati fiscali. Ma il suo mito tutto negativo gli è sopravvissuto, anche dopo gli anni trascorsi nel carcere di Alcatraz, il declino fisico per le conseguenze della sifilide e infine la morte a 49 anni per un ictus.

Quarto di nove figli, Alphonse Capone era nato a Brooklyn nel gennaio del 1899 da una famiglia italiana e poco più che ragazzino era già avviato verso la strada della criminalità al soldo di un’ambigua “fratellanza” che raccoglieva i lavoratori di origine italiana, dietro cui si celavano mafiosi come Johnny Torrio, Frankie Yale e Lucky Luciano. Al desiderio del padre che l’avrebbe voluto con sé nel negozio di barbiere, il giovane Al preferì il futuro ben più remunerativo da gangster, facendosi precocemente notare dai boss locali per l’ambizione e la crudeltà. Proprio al periodo di apprendistato criminale risale il leggendario soprannome Scarface, affibbiatogli per via di una ferita al lato sinistro del volto ricevuta mentre faceva il buttafuori nel locale Harvard Inn di Coney Island. Fu lo stesso boss Johnny Torrio a volerlo con sé nella nuova piazza mafiosa di Chicago nel 1920, dove Capone si trasferì con la moglie Mae e il figlio Albert Francis e pose le basi di un impero criminale con un giro d’affari da centinaia di milioni di dollari basato su contrabbando, prostituzione, racket, gioco d’azzardo e altre attività illecite.

In pochi anni il clan di Torrio divenne padrone del South Side di Chicago, mentre il giovane Capone si faceva le ossa insieme al fratello Ralph e al socio in affari Jack Guzik gestendo l’equivoco night club Four Season, almeno fino al 1923, quando il politico riformista William Deaver divenne sindaco della città e dichiarò guerra ai gangster locali, costringendoli a cambiare nuovamente piazza.

Sfuggito miracolosamente all’agguato di una famiglia rivale, il boss Torrio fu costretto a uscire di scena passando il testimone di tutte le attività al delfino Capone, che spostò a Cicero, in Illinois, il quartier generale di tutta l’organizzazione criminale, trovando protezione dal sindaco corrotto della città, Joseph Klenha. Per poter agire indisturbati in questa nuova città, Capone e i suoi non esitarono a seminare il terrore con violenza inaudita, ad esempio durante le elezioni amministrative del 1924, quando, per condizionare l’esito del voto a favore di Klenha, bruciarono le abitazioni degli avversari democratici e li picchiarono selvaggiamente davanti ai cittadini impassibili. Nonostante la rielezione del sindaco connivente, con questa escalation di violenza Capone attirò su di sé le attenzioni del procuratore McSwigging e un’accusa per l’omicidio di un malavitoso rivale, ma riuscì a salvarsi per l’omertà dei testimoni. Qualche anno dopo lo stesso procuratore venne brutalmente massacrato in un bar di Cicero, ma non fu possibile collegare il fatto alla banda di Capone.

Divenuto ormai un boss potente e temutissimo, Capone dovette guardarsi dagli attacchi della giustizia e soprattutto dalle vendette dei malavitosi rivali, mentre costruiva il proprio mito di gangster con dichiarazioni sfrontate ai giornalisti e atti di sfida nei confronti dell’autorità pubblica, nonché la partecipazione a un film.

Per sfuggire alle ripetute accuse di omicidio Capone sfruttò sistematicamente la corruzione dei funzionari di polizia e la connivenza con personalità politiche, ma soprattutto un clima di terrore e violenza cieca contro chiunque tentasse di mettersi contro la sua organizzazione. Dalla sua ebbe anche una notevole dose di fortuna, che lo aiutò a scampare a numerosi tentativi di omicidio da parte di clan mafiosi rivali.

Il nuovo re del crimine americano si inserì a gamba tesa nella guerra tra faide mafiose di metà anni ’20, insanguinando Chicago con esecuzioni e vere proprie stragi compiute in pieno giorno, mentre le forze di polizia restavano a guardare. Episodi di violenza che suscitarono allora molto clamore nell’opinione pubblica americana e accrebbero la sinistra fama di Capone, come la cena in cui il gangster uccise con una mazza da baseball tre malavitosi, o la cosiddetta strage di San Valentino del 1929, quando alcuni suoi uomini travestiti da poliziotti fecero irruzione nel quartier generale della gang avversaria del boss irlandese “Bugs” Moran freddando a colpi di mitra sette malavitosi, mentre Capone si trovava a Miami per la convocazione di un giudice federale, forte di un alibi inattaccabile. Sulla strage resterà un alone di mistero per circa quarant’anni, fino alla confessione dell’altro terribile gangster Alvin Karpis . Nonostante l’alibi di ferro, il 20 marzo del 1929 Capone venne convocato davanti a un grand jury per rispondere sui recenti fatti di sangue, e sicuro di sfuggire ancora una volta alle imputazioni, arrivò persino a insultare la corte e a farsi arrestare per oltraggio, ma se la cavò con un’ammenda di 5.000 dollari. Gli andò meno bene un mese dopo, quando a Philadelphia fu arrestato con la sua guardia del corpo per possesso di armi illegali e dovette scontare 9 mesi – dorati – di prigione. Mentre le maglie della giustizia si stringevano intorno alla sua organizzazione criminale, la mafia italo-americana si dava un nuovo ordine attorno al nuovo boss dei boss Salvatore Maranzano, proprio in un incontro organizzato a Chicago da Al Capone.

Un anno prima, nel 1930, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover aveva inserito Al Capone tra i più pericolosi criminali d’America, mentre il segretario del Tesoro Andrew Mellon aveva affidato a una squadra di agenti speciali guidata da Eliot Ness l’incarico di smascherare gli illeciti finanziari del clan di Capone.  Gli agenti di Ness furono ribattezzati «gli intoccabili» perché incorruttibili, e riuscirono a portare Capone in tribunale per reati finanziari e violazione delle leggi sul commercio di alcolici. Il 17 ottobre la nuova giuria giudicò Capone colpevole di cinque capi d’imputazione su venti, tra cui l’evasione fiscale, condannandolo a undici anni di carcere e a una pesante sanzione economica.  Il giudice, come è noto, non ha voluto aspettare il risultato dell’appello e lo ha mandato in carcere, prima in quelle della Cook County e poi nel penitenziario di Leavenvorth, nel Kansas. Prima che entrasse in carcere i giornalisti lo hanno voluto interrogare sulle sue impressioni. “Al” ha dimesso la sua aria di sicurezza e anche la sua tranquillità. “Questa – ha detto – non è stata una condanna, ma un investimento ferroviario. E’ come se fossi andato a finire sotto un treno». In un primo tempo la sua fu una prigionia privilegiata, e Capone poté mantenere i contatti con il mondo esterno, continuando, forse, a gestire i suoi traffici illeciti, ma poi, nell’agosto del 1934, la giustizia americana lo scelse come uno dei primi detenuti federali del nuovo carcere di massima sicurezza di Alcatraz. Isolato dal mondo esterno e sottoposto a un trattamento più duro, Capone mostrò i primi segni di demenza, dovuti a una forma di sifilide contratta in età giovanile e passò gli ultimi anni di detenzione nella sezione ospedaliera del penitenziario. Tornò in libertà dopo sei anni e cinque mesi grazie alla buona condotta, ma fu subito ricoverato in un ospedale di Baltimora per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, per poi ritirarsi a vivere nella tenuta di Miami lontano dai riflettori, mentre l’America si lasciava alle spalle l’era del proibizionismo..

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