Polichetti (Udc): «La magistratura non può apparire schierata: il caso Ranucci impone una riflessione»
Il rapporto tra magistratura, informazione e opinione pubblica torna al centro del dibattito politico, alimentando interrogativi sul ruolo che le istituzioni della giustizia dovrebbero mantenere rispetto alle contrapposizioni culturali e politiche del Paese. Una riflessione che, secondo Mario Polichetti, consigliere nazionale dell’Udc, impone di recuperare il valore della sobrietà istituzionale e dell’apparenza di imparzialità.«Il tema non è Sigfrido Ranucci e non è certamente in discussione la sua libertà di esprimere le proprie opinioni. Il tema è un altro: quale immagine della magistratura vogliamo consegnare ai cittadini?», dichiara Mario Polichetti, consigliere nazionale dell’Udc.
«La frase “Ci ha raggiunto Sigfrido Ranucci”, pronunciata nell’ambito dell’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati, può apparire una semplice formula di cortesia. Ma proprio perché pronunciata in un contesto istituzionale assume un significato che merita una riflessione. La magistratura deve essere indipendente dalla politica, non diventare parte di uno schieramento culturale o politico».
Per Polichetti, il riferimento ai magistrati simbolo della lotta alla mafia rappresenta un passaggio fondamentale del ragionamento.
«Quando penso a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino penso a una magistratura che traeva la propria autorevolezza dal rigore della funzione, dalla forza delle decisioni e dalla capacità di mantenere una distanza netta dai protagonisti del confronto politico e mediatico. Falcone e Borsellino non avevano bisogno di essere percepiti come appartenenti a una parte: la loro indipendenza era la conseguenza del metodo con cui esercitavano il proprio ruolo».
«Il magistrato – aggiunge Polichetti – non deve essere contro la politica. Deve essere indipendente dalla politica. Sono due concetti profondamente diversi. Essere indipendenti significa non avere amici da proteggere e nemici da combattere. Significa applicare la legge allo stesso modo nei confronti del potente e del cittadino comune, del giornalista più apprezzato e di quello più contestato, del rappresentante del governo e del suo oppositore».
Il consigliere nazionale dell’Udc sottolinea inoltre l’importanza dell’apparenza di imparzialità, elemento essenziale per preservare la fiducia dei cittadini.
«La giustizia non vive soltanto di sentenze e provvedimenti, ma anche della fiducia dei cittadini. E la fiducia non può essere semplicemente rivendicata: deve essere conquistata attraverso comportamenti coerenti, sobri e istituzionalmente irreprensibili. Non basta essere imparziali, bisogna anche apparire imparziali».
«Questo vale ancora di più – prosegue – quando si entra in contatto con personalità che hanno un ruolo particolarmente esposto nel dibattito pubblico. Un’associazione rappresentativa della magistratura dovrebbe prestare la massima attenzione affinché non si crei neppure l’impressione di un collateralismo culturale con una determinata parte dell’informazione o dell’opinione pubblica».
Polichetti chiarisce infine che la riflessione non vuole mettere in discussione il lavoro quotidiano della stragrande maggioranza dei magistrati.
«Sarebbe profondamente ingiusto mettere sullo stesso piano migliaia di magistrati che ogni giorno lavorano lontano dai riflettori, affrontando fascicoli complessi e responsabilità enormi. La questione riguarda piuttosto la direzione culturale che alcune rappresentazioni pubbliche rischiano di trasmettere».
«Dobbiamo chiederci – conclude Polichetti – se vogliamo una magistratura percepita come una delle parti del conflitto culturale del Paese oppure una magistratura capace di stare al di sopra di quel conflitto. Io credo che la seconda strada sia l’unica compatibile con il principio di indipendenza. La lezione di Falcone e Borsellino, ancora oggi, dovrebbe ricordarci che l’autorevolezza della magistratura nasce soprattutto dalla distanza, dal rigore e dalla capacità di essere uguale davanti alla legge».





