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STORIE DI REMO, UNA NOTTE PIENA DI SOLE Attualità 

STORIE DI REMO, UNA NOTTE PIENA DI SOLE

Sesta puntata

L’autunno era ormai inoltrato, quando Sonia e Gabriele tornarono al paesello di montagna .
Gia’nei boschi era iniziato il fermento per la raccolta delle castagne e tutto il borgo si trovava impegnato in questo laborioso contesto agreste.

 


La taverna di Minicuccio era semideserta e non c’erano neanche i soliti vecchietti a bere il generoso rosso locale che solitamente scorreva a fiumi nei boccali poggiati sui tavoli di castagno. I ragazzi ,dopo aver mangiato si avviarono verso la stradina che portava alla porticina nascosta dall’edera . Una volta giunti nel querceto ,sedettero all’ombra di un albero e il loro sguardo si posò ,come sempre accadeva, sul retro del palazzotto baronale di pietra grigia. I racconti più volte ascoltati in trattoria sulla storia di Rita e del “signorino” gli avevano fornito descrizioni talmente dettagliate di quelle stanze che il loro immaginario vi entrava virtualmente ,muovendosi tra le trame di quella storia antica.
Ad un tratto ,il cigolio di una porta che si apriva risuonò lontano verso il tetto della grande casa.

 


Qualcuno stava venendo fuori dal lucernario centrale del tetto e i ragazzi istintivamente si alzarono nascondendosi dietro un albero.
Un uomo comparve tra le tegole di coppo e ,dopo aver chiuso l’anta appena aperta ,si allontanò verso l’estremità del solaio. Era una persona di mezz’età, magra con uno zaino sulle spalle rigonfio per il suo contenuto. L’uomo si calò lentamente sul muro di cinta del convento e scese dall’altro lato ,probabilmente servendosi della stessa scala usata per salire.
I due giovani aspettarono che ogni rumore si spegnesse, rimanendo ancora a lungo in silenzio a meditare, poi si avvicinarono per vedere da dove era sbucato quel personaggio.

 

 

In quel punto il tetto spioveva sul muro ed essi, guardando bene il lucernario ,si resero conto che la finestra rimaneva chiusa solo per la pressione esercitata dal suo stesso peso sul controtelaio in ferro .
La curiosità di entrare in quella casa era più forte della paura, tanto che Gabriele salì sul muretto aiutando Sonia a seguirlo.
Camminarono carponi fino all’abbaino , sperando che la loro impressione sul fatto che l’anta fosse solo poggiato era giusta.
Difatti Gabriele ,facendo leva sulla palma della mano stesa sulle tegole ,riuscì ad aprire la finestra.
Una volta liberato il varco,il giovane si sporse all’interno rendendosi conto che sotto di loro c’era la stanza con la grande libreria e il telescopio.

 


Quello strano figuro che pocanzi era venuto fuori da lì ,aveva lasciato uno scaletto basso all’interno proprio sotto la finestra e i due si calarono in quello stanzone ,dove tante volte avevano vagato con l’immaginazione.
Sulla parete laterale di quel grande spazio c’era la finestra maggiore ,da cui il signorino scrutava il cielo.
L’emozione s’impossesso’ dei due giovani mentre giravano in quell’ambiente; avevano sentito tanto parlare delle vicende di Rita e del signorino alla taverna di Minicuccio ,che in quei momenti si sentivano anch’essi attori delle scene di quel teatro immaginario .
Tutto era rimasto come allora e Sonia sfiorava con le mani oggetti e mobili ,come per sentire la presenza fisica dei due amanti che si erano abbracciati con passione proprio su quel tappeto che lei calpestava in quel momento.
Gabriele scrutò il cielo con il cannocchiale ancora funzionante puntato sulla grande vetrata,poi girovagarono ancora nello studio.
Non ebbero però il coraggio di aprire la porta del caposcala ,dove veniva poggiata la cesta con le vivande.Era come se quello che avevano visto li avesse tanto riempiti di emozioni da non avere più spazio per continuare a viverne altre.
Uscirono dall’abbaino aiutandosi a vicenda, fino a ritrovarsi nel querceto.
Camminavano in silenzio tenendosi per mano quando giunsero nella piazza deserta di fronte al palazzo.
Il loro sguardo si appoggiò sulla facciata di quella casa dove erano entrati poco prima; nella loro mente custodivano ancora lo stupore di quello che avevano appena visto.
Intorno regnava il silenzio; gli abitanti del paese erano ancora nei boschi vicini a raccogliere le castagne.
Salirono in sella alla moto e diressero a valle e ,mentre percorrevano la strada in discesa incontravano le donne con le ceste in testa che tornavano verso casa.
Quando arrivarono a destinazione ,erano mentalmente spossati per quella giornata indimenticabile e Sonia ,appoggiandosi a Gabriele che era ancora in sella alla moto,lo bacio’ teneramente.
“Sai Gabry”-sussurro’ sottovoce la ragazza-
“Era come se quando giravamo per lo stanzone ,Rita e il signorino stessero insieme a noi”
Passo’ molto tempo prima che i due fidanzati tornassero nelle montagne ; i castagneti erano ormai deserti e la taverna di Minicuccio si era ripopolata di avventori .
I ragazzi bevendo insieme ai paesani ascoltavano le novità del borgo.
Esse riguardavano i padroni del palazzotto che erano ritornati da Roma per controllare i resoconti dei raccolti. Pare che si fossero accorti della mancanza di molti oggetti d’arte, spariti dalla casa avita.
Si adoperarono di far montare antifurti in vari punti della casa ,mentre un fabbro rinforzo’ ogni ingresso del palazzo ,compreso quello che dalla stradina stretta dava nel querceto.
I due giovani pensarono a quell’uomo con lo zaino che avevano visto uscire dall’abbaino e capirono quale fosse il motivo della suo fare circospetto all’uscita dal lucernario.
Dopo il mio incontro sulla spiaggia con Gabriele, lui mi disse che , dopo quella domenica, non erano più tornati nel paesello dell’Alta Irpinia.
Nei suoi lunghi racconti ,mi parlò’ anche delle vicende che seguirono, dopo quell’ultima domenica trascorsa nella taverna di Minicuccio.
Il suo rapporto con Sonia era continuato in modo informale ancora per molti anni; pur essendo legati da grande affetto avevano preferito restare liberi senza sposarsi. Così
sentivano il loro legame più vero ,dettato solo da un sentimento sincero e incondizionato .
Poi la poverina ,qualche anno prima che io e Gabriele ci fossimo rivisti, passo’ a miglior vita per un brutto male e lui ,andato in pensione ,era rimasto solo..
Si notava difatti nel suo sguardo la sofferenza della solitudine ed io ne ebbi compassione.
Il racconto della sua vita e delle vicende del signorino sono ancora vivi nella mia memoria ,tanto da riuscire a raccontarli fedelmente in queste mie storie.
Quando finì l’estate io e Gabriele ci salutammo con un abbraccio ; gli chiesi se ci saremmo rivisti e lui mi disse:
“Tornerò la prossima stagione calda ,mi troverai qui al Miramare tra i lettini di prima fila ,proprio dove ci siamo incontrati quest’anno.
Invece non torno’ più e ,nonostante siano passati ancora tanti anni ,ogni tanto d’estate passeggiando in riva al mare butto l’occhio ,sperando di rivederlo.
Nel mese di luglio di alcuni anni fa notai un signore anziano di spalle seduto su un prendisole.
La sagoma era identica ed io ,quando fui nei suoi pressi , esclamai “Gabriele!”
Non era lui e poi,pensandoci bene ,oggi quel vecchietto ,già sofferente l’ultima volta che lo vidi,avrebbe troppi anni per essere ancora vivo.
Starà tra le nuvole correndo su una vecchia moto con Sonia che si tiene aggrappata a lui per non cadere.
O forse saranno tornati nel palazzotto baronale ,comodamente seduti nello stanzone della biblioteca insieme a Rita e al signorino .
Mi piace immaginarli incantati davanti al grande finestrone mentre stupiscono dinanzi ad una notte piena di sole.

Termina qui la storia del signorino e di Rita ,ma lunedì prossimo comincerà un altro racconto intitolato
“Gli occhi della ladra”

 

Vi aspetto, buona settimana

 

Camily  Bosch

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