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Svolta della Cassazione sui parcheggiatori: «È estorsione» Cronaca Primo piano 

Svolta della Cassazione sui parcheggiatori: «È estorsione»



«Devi darmi due euro per il parcheggio». «Se non mi dai i soldi che ti ho chiesto ti rompo la macchina». Minacce forti che non possono non essere sanzionate. Minacce che capita spesso di subire quando si lascia la propria auto in sosta, anche se nelle strisce blu. Regge anche in Corte di Cassazione l’ipotesi di reato contestata dalla procura di Salerno ad Abrazac Anan, un parcheggiatore abusivo in «servizio» davanti al Campolongo Hospital di Eboli. E così gli viene riconosciuto il reato di estorsione, in questo caso tentata, dal momento che l’automobilista si era rifiutato di dargli il denaro richiesto. Condannato in primo e in secondo grado, per l’africano arriva ora la sentenza definitiva. Inutile il ricorso ai giudici della Suprema Corte da parte del suo legale, l’avvocato Gerardo Cembalo: il tono minaccioso e prepotente da lui utilizzato non lascia dubbi sulla sua ingiustificata richiesta di denaro e sull’ingiusto profitto che ne sarebbe derivato. Inutile, dunque, il tentativo del suo legale di far derubricare il reato a violenza privata.

La posizione della Corte di Cassazione è molto chiara e potrebbe rappresentare un precedente importante per la definitiva configurazione del reato di estorsione a carico dei parcheggiatori abusivi. Nella sentenza, difatti, i giudici capitolini hanno chiarito che «non è configurabile il reato di violenza privata per la semplice ragione che il suddetto reato ha natura sussidiaria rispetto all’estorsione dalla quale si differenzia per l’assenza dell’ingiusto profitto che, invece, nel caso di specie, è configurabile (richiesta di una somma di denaro non dovuta)». Quindi – si legge sempre nel dispositivo – la «minaccia è da ritenersi sussistente perché tale doveva oggettivamente ritenersi la frase: se non mi dai i soldi che ti ho chiesto ti rompo la macchina». Per i giudici, dunque, è «del tutto irrilevante che la persona offesa non si sia sentita intimidita ma, anzi, dopo aver rifiutato di pagare, si recò a denunciare il fatto». Fonte: il Mattino 

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