Storie di Remo, una notte piena di sole
Terza puntata
La scoperta del misterioso giardino che si trovava dietro al palazzo baronale ,rimase nella mente di Sonia e Gabriele.
Ai due non capitò di tornare in quel luogo per alcuni mesi ; poi in una calda domenica di fine estate ,Gabriele diresse la sua moto tra i folti castagneti,verso la collina di quel paese.
Giunti cola’ , si fermarono al bar a salutare la gente; erano divenuti nel tempo amici e conoscenti di tutti i paesani e si intrattenevano volentieri a chiacchierare con loro.Poi ,come al solito , si recarono a mangiare godendo dell’allegra compagnia di altri avventori.
La passeggiata” post prandium”li condusse nella stretta viuzza dove sapevano di potersi appartare in tutta tranquillità.
Seguirono la trapunta dell’edera appoggiata al muretto, ma non riuscivano a trovare la porticina.
Fu lo stridulo gracchio delle ghiandaie , dall’interno del giardino nascosto a guidarli.
Spinsero il piccolo ingresso ,dopo aver rimosso il filo di ferro che essi stessi avevano usato per richiudere l’uscio , l’ultima volta che erano stati in quel luogo tanto enigmatico.
Una volta entrati ,si ritrovarono nello spiazzo assolato ,mentre più avanti l’ombra invitante del querceto proteggeva dal sole il frettoloso razzolo delle ghiandaie.
Sedettero sotto un albero ,uno accanto all’altra ,un po’ timorosi rispetto alla prima volta.
Sonia rasserenava Gabriele carezzandogli il viso e questi la guardò negli occhi con il desiderio di sempre.Egli amava baciarla profondamente ,insinuando la mano nel calore della sua palpitante intimità.
Ma questa volta non era come le altre;soprattutto lui era teso e nervoso e la chimica che di solito scattava subito tra loro ,questa volta tardava ad arrivare.
In fondo all’alberato si stagliava nella penombra il retro del palazzo nobile che dominava la piazza di quel tranquillo paese.
Avevano mangiato alla trattoria di Minicuccio ,dove scorreva generoso il vino rosso di Taurasi.
Il titolare era un giovanottone rubicondo ,nipote del vecchietto che a metà novecento aveva “inventato”il rubinetto incantato.
In verità tutto in quel luogo era intriso di mistero ,affascinante ma più spesso inquietante , come la storia del “signorino”del palazzotto baronale.
La trattoria non era né un locale di alto livello né una bettola, ma una locanda all’antica con un piano inferiore dove c’erano i tavoli ed un paio di camere superiori che servivano per ospitare il riposo di chi aveva bevuto troppo .
La cucina era situata all’esterno , corredata di una enorme grill ,sotto una tettoia dove si arrostiva “l’aino”, denominazione popolare dell’agnello.
Era tutto alla buona ,ma la vocazione naturale della taverna era quella di un’antica cantina ,con una grande quantità di tegami di rame appesi alle pareti.
Difatti il suddetto rubinetto incantato sovrastava una enorme conchiglia di terracotta ,dove si poggiavano i boccali in ceramica da mezzo litro.
E si ,perché da quel rubinetto scorreva vino ; dietro al muro una gigantesca botte di legno era collegata con quella magica bocchetta.
Gli avventori si recavano con i boccali al rubinetto e tornavano al tavolo con le mezzine ricolme.
Non c’era bisogno di avvisare l’oste ,perche’il suo occhio vigilava attento sul viavai dal beverino.
Alle spalle del bancone c’era un pallottoliere artigianale ,le cui file sovrapposte originavano da un tondino di rame con il numero del relativo tavolo dipinto a smalto su quel dischetto.
Ad ogni “riempita “il filare di palline veniva prontamente aggiornato dalle dita dinamiche del locandiere.

Il nonno del giovanottone ,più che ottuagenario ,era stato contadino nei terreni del Barone,occupandosi
anche del querceto che produceva legna da ardere . Egli ,ultimo di sei figli raccontava che la sua bisnonna ,anch’ella minore di una figliolanza numerosa,era una delle poche persone del paese ad aver visto in faccia il “signorino”.
Da giovanetta seguiva nella nobile casa la sua mamma che vi lavorava come cuoca.
Quando il pranzo era pronto ,prima di servire la famiglia in sala da pranzo,venivano messe in una cesta le pietanze destinate al signorino ;
la ragazza era incaricata di portarle all’ultimo piano dove l’infelice viveva.Tre tocchi alla tenace porta di legno di quel misterioso camerone erano il segnale che il pasto era stato deposto sulla soglia.
Lo sventurato stesso lo ritirava ,appena il silenzio tornava a regnare oltre quell’uscio.
Un giorno avvenne che ,dopo aver poggiato la cesta per terra ,la ragazza ridiscese ,ma nell’aprire la porta del caposcala inferiore ,il gatto si insinuò tra le sue gambe ,dirigendosi sulla rampa della scala di legno dove era poggiato il paniere di vimini coperto solo da una tovaglietta.
L’odore della carne aveva attratto il piccolo felino che non avrebbe esitato a saltare nel cesto ancora fumante.
La giovane,curando di non fare il minimo rumore ,riguadagno’rapidamente i gradini per afferrare il gatto ,ma proprio in quel momento la porta si aprì ed apparve davanti ai suoi occhi la figura spettrale del sepolto vivo.

Camily Bosch





