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Storie di Remo, i gioielli del Duce Attualità 

Storie di Remo, i gioielli del Duce

Sesta puntata

 

Il viaggio in treno da Como a Milano dura meno di un’ora e Valeria ,mentre dal finestrino correvano sotto i suoi occhi campi coltivati e case con i comignoli fumanti, organizzava nella sua mente cio’ che avrebbe fatto quella mattina .
Una volta giunta nel capoluogo lombardo,
si sarebbe recata alla storica gioielleria Stadler, a piazzale Corvetto ,dove spesso si fermava a guardare le vetrine quando andava a Milano .
Una sua zia,sorella della mamma, non si era sposata ed era stata governante in una nobile famiglia di Brescia ,rimanendo a servizio in quella casa per più di 50 anni.
Poi era morta con la tubercolosi all’ospedale S.Anna e Valeria si era ispirata a lei per giustificare la provenienza del monile che aveva nella borsetta.
Avrebbe detto che lo aveva ereditato proprio dalla zia che a sua volta lo avrebbe avuto in dono da questa famiglia dove era stata al servizio per una vita intera.
Aveva scelto un anello con uno zaffiro enorme contornato di brillanti e la sua tensione si tagliava con il coltello quando ,scesa dal bus ,si avviava a piedi verso il negozio .
Quei gioielli non li aveva mai visti nessuno e Valeria non ne conosceva ancora il valore reale.Erano tanto belli da sembrare falsi e quando si trovò seduta davanti ad un esperto dell’oreficeria ,era in preda ad una comprensibile ansia.Aveva detto che avrebbe venduto quell’anello solo in cambio di una somma consistente che le avesse consentito di risolvere un suo problema importante.
L’impiegato ,dopo aver guardato attentamente con l’aiuto di una lente l’anello, si alzo’ dicendo a Valeria di attendere poiché sarebbe tornato immediatamente .
Difatti poco dopo riapparve in compagnia di un altro signore alto che le disse:
“Questo anello ci interessa,lei lo venderebbe?”
Valeria era diventata una donna scaltra dopo che la vita l’aveva duramente provata e quindi intuì che il gioiello doveva essere molto importante ; rimase un attimo pensierosa.
disse:
“Così su due piedi,veramente ero passata solo per avere una stima di questo monile,per poi decidere con calma “
Il signore visibilmente contrariato da quello stato di incertezza sbottò:
“Un milione!
La nostra offerta per questo anello è di un milione di lire.”
Valeria ebbe l’accortezza di non mostrare stupore ,né aderire subito a quell’offerta che l’aveva lasciata senza fiato.
Diede l’impressione di riflettere chinando il capo ,poi disse:
“E come paghereste?”
“Subito! “ fu la pronta risposta “ Basterà compilarmi una dichiarazione di possesso legale del bene ,esibire un documento e firmarci la cessione.
Il mio incaricato andrà in banca che è qui a 100 metri e tornerà con un assegno circolare a suo nome.”
Inutile dire che la mente dell’ex partigiana era tornata in un lampo a quel pomeriggio ,sul retro di quella casa ,mentre si compiva insieme al destino d’Italia anche quello della sua vita.
Torno ‘a Como con quell’assegno nella borsetta senza riuscire ad allontanare i suoi pensieri da quel luogo dove ,prima che lei arrivasse con Gil ferito, qualcuno aveva nascosto in uno dei cuscini del divanetto una bustina di caffè con gli anelli .
Quella sera si rese conto di poter contare su un grande aiuto nel prosieguo della sua vita.
Capì’di possedere qualcosa di importante che avrebbe assicurato ogni sostegno nel futuro di suo figlio.
Il ragazzo partì per gli Stati Uniti ,dove ottenne successi significativi
negli studi ,al punto da essere assunto in uno degli ospedali americani più importanti : il Brigham di Boston .
Valeria segui il figlio in America e rimase a vivere con lui ; vendette ad uno ad uno quegli anelli ,curando di proporli sempre in negozi diversi.
I gioiellieri impallidivano quando lei tirava fuori quei gioielli dalla borsetta e nelle città americane le valutazioni erano ancora più alte che in Italia.
Valeria compro’una casa al figlio (che si sposò con una sua assistente dell’ospedale )ed entrambi non tornarono più in Italia.
Dopo la morte della zia ,Filippo decise di fare un viaggio in America e ricevette ospitalità per alcuni giorni dal cugino a Boston.
Fu un’emozione straordinaria quella di rivederlo ,dopo tanti anni impegnato in un lavoro così prestigioso ed in un ambiente ospedaliero di tale importanza.
Dal suo matrimonio era nata una bambina a cui aveva dato il nome della madre,quella vecchia partigiana che gli aveva dedicato tutta la vita.
La moglie ,anch’ella di origini italiane,si mostrò molto affettuosa e la sera ,mentre i cugini si intrattenevano a ricordare il loro passato, lei preparava delle cene gustosissime.
Quando poi io fui ospite di Filippo a Como ,si ripeterono i racconti che gli aveva esposti il cugino a Boston .
Difatti fu proprio allora che questi gli svelò il segreto di quei gioielli, tenuto tanti anni nascosto.Anche
Filippo non ne aveva mai parlato con nessuno,ma quella sera ,complice un buon fiasco di vino ,aveva forse voglia di stupirmi.
L’indomani sarei partito e non ci saremmo visti più.
Sulla mensola di una libreria teneva bene in vista l’elmetto della Wehrmacht che gli avevo venduto io.
Quando ci alzammo per andare a letto,dinanzi alla porta della mia camera,prima di darmi la buona notte disse:
“Immagina che l’ultimo anello che mia zia vendette ad un gioielliere americano aveva un grosso solitario al centro.Era un brillante pesante più di un carato;
aveva una luce iridescente straordinaria e sembra che l’acquirente, rimasto senza fiato,
al colmo dello stupore si alzò e spense la luce.
Anche nel buio di quella stanza il brillante rifletteva la luce dell’iride”
Questa frase me la ricordo ancora tale e quale e ,quando le parole di Filippo risuonano nella mia mente, inevitabilmente associo quell’ultimo anello agli eventi vissuti dalla zia partigiana.
E allora immagino la luce di quel brillante come una stella splendente nell’oscurità di quella notte di primavera del 43 nel cielo di Dongo. ‎<Questo messaggio è stato modificato>

Camily Bosch

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