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Senna, 1 maggio 1994: la tragedia di Imola che cambiò per sempre la Formula 1 Attualità 

Senna, 1 maggio 1994: la tragedia di Imola che cambiò per sempre la Formula 1

Accadde oggi: il primo maggio del 1994, alle 14.17, Ayrton Senna si schianta alla curva del Tamburello a Imola. “Era il nostro più grande eroe dopo Pelé” dice un giornalista brasiliano alla tv, “è come se tutti i brasiliani avessero perso un parente”

Ogni volta che si abbassa la visiera, Ayrton Senna vede una via stretta per la gloria. Ogni volta che si abbassa la visiera, il Brasile si specchia nel suo casco giallo e blu, i colori della bandiera. Vede il suo volto migliore, la realizzazione dell’ideale scritto su quella bandiera: ordine e progresso. “Battermi al volante è nel mio sangue” diceva. “Non sfuggire alla lotta è nella mia natura. Io voglio essere il più veloce, io voglio dimostrare di essere il migliore. Corro per il piacere di vincere”. Anche il primo maggio del 1994, quando si abbassa la visiera per l’ultima volta. Parte in pole position a Imola, la 65ma in carriera. “Non è un caso che sia il re delle pole, aveva un controllo della vettura eccezionale e soprattutto era dotato di una sensibilità tale che gli faceva ottenere il massimo anche quando il mezzo meccanico non era perfetto. Ed è questo che fa la differenza tra un buon pilota e il campione” diceva Ron Dennis, il team principal della McLaren che lo capiva e lo mitigava, alla Gazzetta dello Sport. Ma con cui ha litigato per questioni di soldi alla fine del 1993, prima di accettare l’offerta della Williams e scoprire che la strada nuova è molto peggiore della vecchia.

Si parte. Il semaforo verde, dietro Senna è il pandemonio. Il weekend dell’incidente a Rubens Barrichello e della  Roland Ratzenberger  continua ad accumulare cattivi presagi. La Benetton di JJ Lehto, quinto in griglia, si pianta. Tutti in qualche moto lo scansano ma Pedro Lamy, partito nelle ultime posizioni, lo vede solo all’ultimo e gli sfonda il retrotreno. I piloti non si fanno nulla, ma una ruota colpisce uno spettatore 27enne di Courmayeur, Antonio Maino, che resterà alcuni giorni in coma all’ospedale bolognese Bellaria. Nove gli spettatori feriti nell’incidente. Entra Massimiliano “Max the Axe” Angelelli, che guida la safety car.

Alla ripresa della corsa, Senna è in testa davanti a Michael Schumacher. Davanti al rivale destinato a prendere il suo posto. A 34 anni, il brasiliano pensa a costruirsi una famiglia con la fidanzata Adriane, ma alla fine della carriera. Per ora, non vuole ancora smettere, e non se la sente di correre solo per un piazzamento. Ha vinto tre Mondiali con la McLaren-Honda (1988, 1990, 1991), e 41 gare su 161: la Lotus nel GP del Portogallo del 1985, l’ ultima con la McLaren nel GP d’ Australia del 1993.

Ma alle 14.17 di domenica 1 maggio 1994, Neide e Milton Senna, suo padre e sua madre, davanti alla televisione nella fazenda di famiglia a Tatuì, nelle campagne di San Paolo, vedono il tempo rapire per sempre il figlio prediletto del Brasile. La Williams si riduce a un rottame, il casco giallo e blu smette di muoversi. È successo tutto alla curva del Tamburello. Cinque anni prima, Berger sulla Ferrari si era andato a schiantare in quello stesso punto. L’angolazione però era diversa, l’auto aveva preso fuoco ma l’austriaco era sopravvissuto.

Insieme, lui e Senna erano tornati sul punto dell’impatto per un sopralluogo. Avrebbero voluto cambiarla, quella curva, ma dietro il muretto c’era il fiume Santerno e non se ne fece nulla. Proprio Berger, subito, urla di fermare la corsa. Col tempo, lui e Senna sono diventati compagni di squadra, amici, praticamente fratelli. Senna, il campione devoto al successo e senza senso dell’umorismo, e l’austriaco guascone che gli ha insegnato a ridere. La strana coppia.

I soccorsi arrivano nel giro di un minuto. Poco, eppure troppo mentre sull’asfalto si disegna “un indelebile ritratto di sangue. Una profana sindone che ha assunto i contorni del corpo di un uomo che viveva per correre e correndo è morto (…)Il sangue di Senna ha intriso la tuta e disegnato sulla strada le sue gambe, il suo torace, le sue braccia aperte. Più in là, distanziata da uno stacco di grigio, come se il destino l’avesse decapitato, la sua testa”. (Gabriele Romagnoli, La Stampa)

 

La situazione è disperata, lo starter della FIA Roland Bruynseraede indugia prima di interrompere la gara. Il fotografo Angelo Orsi, con il motorino che usa per spostarsi dentro l’autodromo fa in tempo ad arrivare sul luogo dell’incidente. Vede le due toppe di asfalto nuovo, raschiato in superficie, che in quella curva ai piloti non piacevano. Vede l’amico che lo andava a trovare a San Lazzaro, e scatta: un monumento alla memoria per immagini che promette di tenere chiuse in un cassetto.

Giuseppe Piana, medico del circuito dal 1967, fa atterrare direttamente in pista l’elicottero che alla bandiera rossa parte verso l’Ospedale Maggiore. Su Rai2, che trasmette la gara, fra le 14.30 e le 14.35 oltre nove milioni e mezzo di spettatori attendono una risposta, sperano nel miracolo, nell’estrema manifestazione di quel Dio che Senna un giorno disse di aver chiaramente visto davanti a sé prima di una curva. Sua sorella Viviane gli ha fatto leggere la Bibbia: Senna ne ha ricavato una religiosità personale, intesa soprattutto come un modo per mettersi al servizio degli altri.

Tra gli oltre nove milioni di spettatori c’è anche Maria Teresa Fiandri, primario del reparto di Rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna. Non è di guardia, ma è reperibile. Sta guardando la corsa con i figli, appassionati di Formula 1.

Dall’elicottero gocciola ancora il sangue di Senna sulla ghiaia ma lo spettacolo deve continuare. La bandiera rossa si abbassa, si riparte. “Ayrton Senna è fuori gara” scandisce lo speaker. Il pubblico non sa ancora, non capisce, non vede.

Il vero spirito sportivo ha subìto a Imola un ultimo e definitivo colpo nell’implacabile degrado dei suoi valori, cancellati dagli interessi in gioco e soverchiati dalla disumanità” si legge il giorno dopo sull’Osservatore Romano, che chiosa con un sospetto. “Se non fosse caduto il pilota più bravo e famoso, tutto il resto – l’altra vittima, i feriti, le sciagure sfiorate – sarebbe stato minimizzato“.

Fiandri arriva all’ospedale insieme all’elicottero. Prende in consegna Senna 28 minuti dopo l’incidente: è in coma, ma ha battito. Il cervello, però, ha lesioni irreparabili. La madre di Senna comincia a cercare voli per l’Italia. “Dopo Pelé, Senna è il nostro più grande eroe nazionale” dice un giornalista brasiliano alla televisione.

La corsa riprende. Schumacher vince davanti a Nicola Larini, ferrarista che si fa dare una bandiera rossa e la agita dopo il traguardo. Quando salgono sul podio, i medici dell’Ospedale Maggiore certificano che l’encefalogramma di Senna è ormai piatto.

Come vuole la legge italiana, Maria Teresa Fiandri dichiara la morte di Senna quando sopraggiunge l’arresto cardiaco. In Italia, sono le 18.40. In Brasile, la notizia deflagra. Si canta “Alè Senna, alè Senna” negli stadi di calcio, mentre i calciatori si inginocchiano con le mani sugli occhi. “E’ come se un grande manto nero avesse avvolto il Brasile e ci avesse coperto“, ha detto l’allenatore del San Paolo, Telè Santana. “E’ un’ingiustizia” commenta Nelson Piquet. Anche il brasiliano qualche anno prima aveva avuto un grave incidente al Tamburello.

Era sulla lista nera di Senna da quando l’aveva tacciato di essere omosessuale, cavalcando le accuse della prima moglie. “Passa più tempo con i meccanici che con me” diceva, poco prima di divorziare. Ma il brasiliano nemico non contiene l’emozione. “La fatalità, l’imponderabile hanno agito in questo fine settimana nel quale le Parche del destino hanno volato liberamente” scrive.

Adriane, la sua fidanzata, aspettava il suo Ayrton nella villa in Portogallo, nell’Algarve. Dopo l’incidente, si prepara per imbarcarsi su un aero-taxi direzione Bologna. Non fa in tempo, la notizia della morte di Senna le fa cambiare piani. Adriane. La modella di 21 anni che aveva conosciuto il campione in discoteca dopo il Gran Premio del Brasile del 1993, torna direttamente a San Paolo per i funerali.

Il manager del campione, Julius Braga, sceglie il vestito per l’ultimo viaggio. Ne ha presi due, ci pensa su, poi prende quello grigio e scarta quello blu.

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