MIO FIGLIO HA TRENT’ANNI E UN LAVORO REMUNERATO! NON SE NE VA DA CASA E NON CONTRIBUISCE: MA È GIUSTO?
Risponde a questo quesito sui “bamboccioni” il commento dell’avvocato Simone Labonia, che ci illustra la normativa vigente, che non sempre può sostituirsi “all’amore genitoriale”!
Nel nostro ordinamento non esiste una norma che imponga ai figli maggiorenni di contribuire automaticamente alle spese familiari solo perché conviventi con i genitori. Tuttavia, il quadro giuridico è meno permissivo di quanto spesso si creda, e si fonda su un principio cardine: il dovere di solidarietà familiare.
La legge distingue chiaramente tra figli non ancora autosufficienti e figli economicamente indipendenti. Nel primo caso, i genitori sono obbligati al mantenimento, anche oltre la maggiore età, finché il figlio non abbia raggiunto una concreta capacità di provvedere a sé stesso. Diverso è il caso del figlio maggiorenne che abbia un lavoro stabile o comunque un reddito idoneo: qui l’obbligo dei genitori viene meno.
In presenza di autosufficienza economica, il figlio che continui a vivere nella casa familiare non può considerarsi titolare di un diritto incondizionato alla gratuità della convivenza. Anzi, si inserisce in gioco il principio di contribuzione ai bisogni comuni, desumibile dall’art. 143 c.c. e, più in generale, dall’art. 2 della Costituzione, che richiama i doveri inderogabili di solidarietà.
La giurisprudenza ha più volte chiarito che il figlio economicamente indipendente può essere tenuto a contribuire alle spese domestiche, quantomeno in misura proporzionata alle proprie capacità. In caso di rifiuto, i genitori possono anche arrivare a chiedere il rilascio dell’immobile, qualificando la permanenza del figlio come una mera tolleranza e non come un diritto.
Eppure, al di là del dato normativo, emerge una realtà ben diversa. In moltissime famiglie italiane, figli ormai adulti e autosufficienti continuano a vivere con i genitori senza partecipare alle spese, beneficiando di vitto, alloggio e servizi senza alcun contributo. Una situazione che, pur non essendo sempre illegittima, appare spesso squilibrata.
Il punto centrale è che il diritto non può, né vuole, disciplinare ogni sfumatura dei rapporti familiari. Qui interviene una componente che trascende la norma: l’amore genitoriale. Un amore che, nella maggior parte dei casi, porta i genitori ad accettare sacrifici economici anche quando non più dovuti, pur di garantire ai figli un’esistenza serena.
Tale atteggiamento, se da un lato rappresenta un valore umano profondo, dall’altro rischia di generare deresponsabilizzazione nei figli, i quali possono finire per considerare come acquisito ciò che invece dovrebbe essere oggetto di reciproco rispetto e collaborazione.
In definitiva, la legge offre strumenti per riequilibrare queste situazioni, ma raramente vengono utilizzati. Perché nelle dinamiche familiari, spesso, il confine tra diritto e affetto si fa sottile. E l’amore dei genitori, ancora una volta, finisce per andare ben oltre ogni giusta disposizione di legge.





