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Alimentazione e cancro alla vescica: a Pagani uno studio sull’impatto della dieta sull’immunoterapia Provincia Provincia e Regione zonarcs 

Alimentazione e cancro alla vescica: a Pagani uno studio sull’impatto della dieta sull’immunoterapia

Nel tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio, dopo l’intervento endoscopico, una parte decisiva della cura passa dall’immunoterapia endovescicale con BCG: instillazioni in vescica che attivano una risposta immunitaria locale per ridurre il rischio di recidiva. Non sempre però la protezione è duratura e il percorso è segnato spesso dalla necessità di nuove procedure endoscopiche e purtroppo talvolta anche dalla rimozione della vescica, con gravi conseguenze di tipo personale e sociale.

 

Da qui una domanda semplice ma tutt’altro che banale: l’alimentazione può influire, anche indirettamente ma concretamente, sull’efficacia di una terapia che lavora con il sistema immunitario? L’idea nasce da un aspetto biologico intuitivo: molte sostanze derivate dai cibi finiscono nelle urine e restano a contatto con la mucosa della vescica, lo stesso ambiente in cui il BCG deve innescare l’effetto antitumorale. D’altra parte, molti principi nutritivi, come vitamine e minerali, sono noti per influenzare e sostenere la funzione immunitaria.

A indagare questa intersezione è lo studio BLOSSOM, che è stato coordinato dalla UOC di Oncologia dell’Ospedale “Andrea Tortora” di Pagani, diretta dal professor Giuseppe Di Lorenzo, e a cui hanno partecipato autorevoli centri italiani. «Abbiamo scelto di dirigere i nostri sforzi per fare luce, con strumenti scientifici e rigorosi, sull’affascinante relazione tra dieta e immunoterapia endovescicale, ancora poco studiata in ambito internazionale». Studiare in modo individuale le abitudini dietetiche con precisione è difficile, in quanto si tratta di un fenomeno complesso che riflette aspetti sociali, psicologici ed emotivi: «E per rendere i dati confrontabili abbiamo usato FOODCONS, la piattaforma di proprietà dell’ente di ricerca pubblico CREA, uno strumento validato per la raccolta dei consumi alimentari», chiosa il prof. Di Lorenzo.

Tra marzo 2023 e novembre 2024 sono stati arruolati 46 pazienti “BCG-naive” (alla prima esperienza con BCG), tutti con malattia ad alto rischio. La dieta è stata ricostruita con interviste precise e dettagliate delle 24 ore precedenti, guidate da intervistatori formati, in più momenti del primo anno: una scelta pensata per ridurre gli errori delle rilevazioni “una tantum”. A 12 mesi la recidiva intravesicale era valutabile per 41 persone; 8 hanno avuto una recidiva (circa un paziente su cinque). I numeri sono ridotti e i ricercatori lo dichiarano senza ambiguità: BLOSSOM è uno studio preliminare, utile soprattutto a generare ipotesi. Proprio per questo, i segnali emersi nelle analisi esplorative meritano attenzione ma devono essere interpretati con cautela, tassello di un puzzle complesso che deve ancora essere ricostruito del tutto. Tra i più interessanti c’è la correlazione tra maggiore assunzione di zinco (considerata in rapporto alle calorie introdotte) e minore probabilità di recidiva dopo BCG. Associazioni protettive sono comparse anche per le verdure a foglia verde e per alcuni minerali, come il magnesio.

«Sono risultati preliminari: l’associazione è suggestiva perché in linea con le conoscenze scientifiche sul ruolo di alcuni micronutrienti nell’immunità», conclude Di Lorenzo. «Si potrebbe progettare uno studio interventistico, con supporto dietetico controllato e biomarcatori, per verificare se ottimizzare lo stato nutrizionale (in modo sicuro e supervisionato) possa accompagnare meglio l’efficacia del BCG».

BLOSSOM accende infine un faro su un bisogno spesso invisibile: molti partecipanti erano in sovrappeso e con bassa aderenza a un modello alimentare di tipo mediterraneo, un promemoria sull’importanza di integrare counseling nutrizionale e stile di vita nei percorsi oncologici.

A sottolineare il valore del lavoro di rete è il Direttore Generale dell’ASL Salerno, Gennaro Sosto: «Sono compiaciuto di questo studio, coordinato dall’UOC di Oncologia dell’ASL di Salerno, con la collaborazione – oltre che dell’Urologia di Nocera – di varie urologie, tra cui l’IRCCS Pascale di Napoli, La Sapienza di Roma, l’Ospedale Cardarelli e la Federico II di Napoli. Uno sforzo collegiale, non scontato, che dimostra la capacità di tessere reti e rapporti, nell’interesse della scienza e della comunità».

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