MA È VERO CHE IN ALCUNI CONCORSI VIENE ATTRIBUITO UN PUNTEGGIO DOPPIO ALLE LAUREE RECENTI?
L’avvocato Simone Labonia ci spiega perché una laurea “recente” vale doppio: tra aggiornamento delle competenze e rischio di favoreggiamento, l’opinione pubblica si divide tra favorevoli e contrari.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è acceso attorno a una normativa, inserita in diversi bandi pubblici e procedure selettive, che attribuisce un punteggio maggiore, talvolta addirittura doppio, alle lauree conseguite in epoca recente rispetto a quelle conseguite molti anni prima.
Una scelta che, se letta superficialmente, può apparire come una forma di ingiustificato favoreggiamento generazionale; ma che, nelle intenzioni del legislatore e delle amministrazioni, risponde a una logica ben precisa.
Lo spirito della norma va ricercato nell’esigenza di valorizzare l’aggiornamento delle competenze.
In molti settori, si pensi al diritto, all’informatica, all’ingegneria, alla sanità, i contenuti dei corsi universitari cambiano rapidamente, seguendo l’evoluzione normativa, tecnologica e scientifica.
Una laurea conseguita di recente è presunta, secondo questo approccio, come più aderente alle conoscenze oggi richieste dal mercato del lavoro e dalla pubblica amministrazione.
Il criterio temporale non mira dunque a sminuire il valore intrinseco di un titolo “datato”, ma a introdurre un elemento selettivo che tenga conto della distanza cronologica dalla formazione iniziale.
In questa prospettiva, il maggior punteggio non rappresenta un premio anagrafico, bensì uno strumento per garantire l’efficienza e la modernizzazione dell’azione amministrativa.
Tuttavia, non mancano le criticità.
Il rischio principale è che il meccanismo si traduca in una discriminazione indiretta nei confronti di professionisti più esperti, i quali, pur avendo una laurea conseguita anni prima, possono aver maturato competenze ben superiori grazie a esperienza, corsi di formazione, aggiornamenti professionali e pratica sul campo.
Se il sistema di valutazione non bilancia adeguatamente il punteggio del titolo di studio con quello dell’esperienza, l’effetto finale può risultare distorsivo.
La giurisprudenza amministrativa, chiamata più volte a pronunciarsi su criteri analoghi, ha chiarito che tali scelte sono legittime solo se sorrette da una motivazione razionale e proporzionata.
Il doppio punteggio non deve trasformarsi in un automatismo irragionevole, ma deve inserirsi in un quadro valutativo complessivo, capace di apprezzare anche il percorso professionale successivo alla laurea.
In conclusione, la norma sul doppio punteggio alle lauree recenti non è, in sé, un favoreggiamento, ma uno strumento che riflette la centralità dell’aggiornamento delle competenze.
La sua tenuta, però, dipende dall’equilibrio: senza un adeguato riconoscimento dell’esperienza, il confine tra modernizzazione e ingiusta penalizzazione rischia di diventare troppo sottile.
Attenzione, dunque, ad una attenta compilazione dei bandi di concorso da parte delle amministrazioni: in un ambito così delicato, come quello che mette in discussione il futuro stesso dei candidati, non si deve correre il rischio di alimentare dubbi o perplessità sulla condotta cristallina di chi detta le “regole del gioco”!





